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La disbiosi intestinale si cura (anche) a tavola

Quando la comunità di microrganismi che popola l’intestino si altera, tutto l’organismo ne risente: è la cosiddetta disbiosi, una condizione negativa per la salute, ma che spesso si può affrontare con soluzioni “a portata di piatto”.

 

Un equilibrio fragile e complesso

Ilya Ilyich Mechnikov, premio Nobel per la medicina nel 1908, suggeriva che la maggior parte delle malattie hanno inizio proprio nell’intestino quando i batteri “buoni” non sono più in grado di controllare quelli “cattivi”.

In effetti la buona salute dell’intestino dipende in gran parte dai “rapporti di buon vicinato” che le diverse specie batteriche lì presenti riescono a instaurare, dando vita a un equilibrio dinamico molto complesso e altrettanto fragile. Le ragioni di questa fragilità non sono poi così difficili da immaginare: si tratta infatti di trovare le condizioni ideali per far coesistere in armonia miliardi di organismi appartenenti a specie differenti e con compiti e attività specifiche all’interno della comunità.

Quando questo equilibrio si mantiene, si parla di eubiosi, mentre in caso contrario si va incontro alla cosiddetta disbiosi, una condizione nella quale – per tornare a Mechnikov – l’armonia si spezza e la salute dell’intero organismo ne risente a diversi livelli, spesso perché i batteri cattivi rischiano di avere la meglio sugli altri.

Va sottolineato che, quando si parla di disbiosi, il primo problema è la definizione stessa del termine.

In linea generale, infatti, si utilizza il termine per descrivere una condizione di sbilanciamento che può tradursi in un cambiamento rispetto al normale:

  • della quantità o della tipologia di microrganismi presenti nell’intestino;
  • delle attività metaboliche dei microrganismi;
  • della distribuzione delle specie microbiche nelle diverse aree intestinali.

Resta però ancora un dubbio: cosa significa “normale” in questo caso? Il microbiota intestinale mostra una variabilità enorme: tra diversi individui e – nello stesso individuo – tra le diverse età o a seconda dello stile di vita. È una sorta di impronta digitale che dovrebbe essere studiata a fondo prima di poter parlare di eubiosi o disbiosi. 

 

Cosa rompe l’armonia

Nonostante le differenze a livello di composizione e funzionalità della comunità batterica e le difficoltà che si incontrano nell’identificarle correttamente, oggi la comunità scientifica è concorde nell’affermare che esiste una sorta di “core” comune, un insieme di caratteristiche del microbiota che possono essere riscontrate in tutti gli uomini. In particolare, le indagini hanno messo in luce il fatto che la maggior parte dei microrganismi intestinali appartiene a due grandi gruppi (o phyla) - Bacteroidetes e Firmicutes - seguiti da pochi altri grandi gruppi come Actinobacteria, Fusobacteria e Proteobacteria.

Molti sintomi possono far pensare che qualcosa non va a livello della comunità di microrganismi intestinali:

  • alcuni sono più facilmente correlabili all’intestino come diarrea, gonfiore e dolore addominale
  • altri in cui il legame è meno diretto, come infiammazione, maggiore sensibilità alle infezioni, problemi a livello dermatologico.

Tenere alla larga la disbiosi non è sempre semplice, poiché composizione e attività del microbiota intestinale possono essere modificate da numerosi fattori. Ecco i più comuni:

  • uso di antibiotici. Gli antibiotici sono farmaci pensati per eliminare un batterio nocivo per la salute. Per arrivare a tale traguardo però gli antibiotici si portano dietro effetti collaterali importanti legati al fatto che oltre ai veri bersagli, distruggono anche altri batteri presenti nell’intestino dando il via a pericolosi squilibri nel microbiota.
  • stress fisico e mentale. I ritmi frenetici e le pressioni quotidiane possono stressare anche la comunità microbica che vive dentro di noi, andando a ridurre in particolare la componente di batteri “buoni” rappresentata dai Lattobacilli e Bifidobatteri. Lo ha dimostrato anche uno studio condotto su astronauti russi, ma lo si può sperimentare anche dopo un lungo viaggio sulla Terra, soprattutto in caso di forti differenze di fuso orario che scombussolano non solo il sonno.
  • Stile di vita. Fumo di sigaretta, abuso di alcol e scarsa attività fisica influenzano negativamente il microbiota, ma tra i fattori legati allo stile di vita, l’alimentazione ha senza dubbio un ruolo di primo piano nel generare e mantenere l’equilibrio della flora intestinale.

 

Parliamone attorno a un tavolo

Nel corso di una vita l’intestino è attraversato da circa 60 tonnellate di cibo che entrano in contatto con i microrganismi che lì risiedono e che, di conseguenza, possono essere influenzati profondamente, nel bene e nel male, da ciò che portiamo in tavola.

  • La dieta occidentale (ricca in grassi saturi e zuccheri raffinati e povera in frutta e verdura) ha un impatto negativo sul microbiota riducendone la componente “buona”.
  • La dieta vegetariana (ricca di frutta, verdura e povera di grassi animali) riduce i batteri patogeni (“cattivi”) e aumenta la produzione di sostanze benefiche per l’organismo come gli acidi grassi a catena corta.  

Ecco allora qualche consiglio per mantenere intatto l’equilibrio dell’intestino e cercare di ripristinarlo in caso di disbiosi (da affrontare assieme al medico nei casi più gravi):

  • Frutta e verdura ogni giorno. Le fibre in esse contenute fanno crescere i batteri capaci di utilizzarle (e amiche della salute) come Lactobacilli e Bifidobatteri.
  • Pochi zuccheri raffinati e pochi grassi. Gli zuccheri raffinati (farina e pane bianco, zucchero, dolciumi) aumentano le specie opportunistiche dannose per la salute.
  • Non esagerare con le proteine. Una dieta troppo ricca in proteine aumenta la produzione di molecole tossiche e il livello di infiammazione, alla base di molte patologie. Meglio inoltre non limitarsi alle proteine animali, ma aggiungere alla dieta anche quelle vegetali come i legumi.

 

 

Bibliografia:

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